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Le stagioni dettavano il menu

La vendemmia

A cura della redazione di Nonna.it

Donne e uomini impegnati nella vendemmia manuale in Italia nel 1940
Vendemmia, 1940. Foto: Touring Club Italiano, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons. Contrasto leggermente corretto.

La vendemmia era il lavoro più collettivo dell'anno nelle campagne vitivinicole italiane. Non si faceva da soli: richiedeva più persone di quante una famiglia ne avesse, tutte insieme nel momento giusto, perché l'uva non aspetta. Si costruiva una rete di reciprocità — tu vieni da me questa settimana, io vengo da te la prossima — che era anche una rete sociale, un sistema di obblighi e di fiducia. E al centro di quella rete c'era sempre il pranzo, il momento in cui si mangiava insieme quello che la terra aveva dato.

Settembre, mattina.

Ci si raduna al margine del vigneto quando è ancora quasi buio. I cestoni sono già lì. Qualcuno ha le forbici da potatura, qualcuno le cesoie. Si dividono le file — una persona a destra, una a sinistra — e si comincia a tagliare.

Il lavoro è ritmico, fisico, veloce. I grappoli pesano. I cestoni si riempiono e vengono portati al punto di raccolta, svuotati nel tino grande, riportati vuoti. Avanti e indietro, per ore.

A metà mattina c'è una pausa, con il pane e qualcosa da bere. A mezzogiorno si smette per il pranzo — il pranzo lungo, abbondante, che è parte del patto tra chi ospita e chi aiuta. Poi si riprende fino al tardo pomeriggio.

È lavoro duro. È anche, in qualche modo, la giornata più bella dell'anno.

Il tempo giusto non aspetta

Famiglia al lavoro durante la vendemmia con ceste e cassette di uva
Ricostruzione visiva: la vendemmia come lavoro stagionale condiviso.

Il momento della vendemmia è determinato dalla maturazione dell'uva — che dipende dalla varietà, dalla zona, dall'andamento dell'estate — e non si può posticipare di molto senza rischiare di perdere il raccolto.

Questo creava un problema logistico preciso: una singola famiglia, anche grande, non aveva abbastanza braccia per vendemmiare il proprio vigneto in tempo utile. La soluzione era il lavoro collettivo: una rete di accordi taciti o espliciti tra famiglie vicine che si prestavano manodopera a turno, rispettando un calendario di priorità — chi aveva l'uva più precoce vendemmiava prima, poi si aiutava il vicino, poi il vicino successivo.

Questo sistema di reciprocità era uno degli elementi strutturali della vita agricola italiana, e non riguardava solo la vendemmia: si applicava alla mietitura del grano, alla raccolta delle olive, ai lavori che richiedevano molte mani in poco tempo. Ma la vendemmia era forse il momento in cui questo meccanismo era più visibile e più formale, perché il vino aveva un peso culturale e economico che altri prodotti non avevano.

La sorpresa: il vino era cibo, non piacere

C'è una cosa che si dimentica facilmente, guardando la vendemmia da una prospettiva contemporanea.

Il vino che si produceva con quella uva non era principalmente un piacere. Era cibo.

Per i contadini italiani, il vino faceva parte del regime alimentare quotidiano in modo funzionale: forniva calorie, era in certi contesti percepito come più affidabile dell'acqua disponibile, accompagnava i pasti dei lavoratori agricoli che spendevano energie enormi nei campi. La quantità di vino consumata pro capite nelle campagne italiane del primo Novecento era molto superiore a quella attuale — e non per cultura del bere, ma per necessità nutrizionale.

Il vino dei contadini era quasi sempre vino giovane, spesso di bassa gradazione, diverso da quello che si vendeva nelle città. Non era vino da conservare: era vino da consumare nell'anno, prima che si acetificasse. La distinzione tra "vino da pasto" e "vino da degustazione" era già presente, ma la maggior parte della produzione contadina finiva nella prima categoria.

Questo cambia la prospettiva sulla vendemmia: non era la celebrazione di un piacere elitario, ma il momento in cui si produceva uno degli alimenti base dell'anno. La solennità non veniva dal lusso, ma dalla necessità.

Il pranzo della vendemmia

In tutte le tradizioni della vendemmia italiana — dal Piemonte alla Sicilia, con variazioni regionali enormi — il pranzo di vendemmia aveva un'importanza sproporzionata rispetto a un pasto normale.

Era parte del patto. Chi veniva ad aiutare mangiava e beveva con il padrone di casa, e quello che veniva servito a tavola era un modo di onorare il debito sociale contratto chiedendo aiuto. Si mangiava abbondantemente, meglio di quanto si mangiasse normalmente, e si beveva il vino dell'anno precedente — quello ormai maturo, quello buono — non il vino ordinario dei pasti quotidiani.

I menu variavano enormemente da zona a zona, ma seguivano una logica comune: carne (spesso bollito, o arrosto, o salsicce appena fatte), pasta ripiena o comunque pasta al sugo, pane in quantità, dolci. I bambini mangiavano insieme agli adulti. Non si facevano distinzioni di età o di ruolo a tavola: la vendemmia livellava, almeno per quelle ore.

Questo momento collettivo a tavola aveva una funzione sociale che andava oltre il nutrimento. Era il momento in cui si saldavano i rapporti, si rinnovavano le alleanze, si riconosceva il valore del lavoro di ognuno. Sparito quel momento, sono sparite anche quelle relazioni.

La meccanizzazione e quello che è cambiato

A partire dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, la vendemmia meccanica ha cominciato a sostituire quella a mano nelle zone pianeggianti e in quelle con vigneti a forma adatta. Le macchine vendemmiatrici scuotono i filari e raccolgono i grappoli in modo molto più rapido di qualsiasi squadra di vendemmiatori.

Il guadagno in efficienza è reale: quello che richiedeva giorni di lavoro collettivo si fa in ore, con poche persone. Il vignaiolo non deve più coordinare reti di reciprocità, non deve gestire la logistica di decine di persone, non deve preparare il pranzo per trenta.

Ma quello che è scomparso con la meccanizzazione non è solo un'operazione agricola. È scomparso il momento più collettivo dell'anno agricolo — il momento in cui le famiglie si indebitavano e saldavano debiti di lavoro, si vedevano a tavola come uguali, condividevano il pasto migliore della stagione. La vendemmia meccanica produce vino. Quella a mano produceva anche comunità.

Domande frequenti

Perché la vendemmia avviene in settembre e ottobre? La maturazione dell'uva dipende da molti fattori — varietà, clima, esposizione del vigneto, andamento dell'estate — ma in Italia la vendemmia cade generalmente tra fine agosto e novembre, con la maggior parte della produzione concentrata in settembre-ottobre. Le varietà a maturazione precoce (come il Pinot Grigio in alcune zone) si vendemmiano prima; quelle tardive (come il Nebbiolo in Piemonte, che diventa Barolo e Barbaresco) si raccolgono anche a ottobre inoltrato.

Cosa si mangiava tradizionalmente durante la vendemmia? Variava enormemente da regione a regione, ma il pranzo della vendemmia era quasi sempre abbondante e festivo rispetto al quotidiano. In Toscana era comune il lesso misto con verdure; in Piemonte polenta e salsicce; in Emilia pasta ripiena (tortellini, cappelletti); al Sud spesso pasta al sugo di carne. Comune a molte tradizioni era il vino del vecchio raccolto — quello ormai pronto — servito in quantità più generose del solito.

Il vino fatto in casa è ancora possibile oggi? Sì. In Italia è legale produrre vino in casa per uso personale e familiare senza autorizzazione, entro limiti di quantità definiti dalla normativa vigente — che può cambiare. Chi dispone di uva propria o acquistata può vinificare. Non è possibile vendere il vino prodotto senza le autorizzazioni richieste dalla normativa vitivinicola. Le associazioni enologiche locali e le enoteche regionali spesso offrono corsi e consulenza per chi vuole avvicinarsi alla vinificazione casalinga.

Come funziona la rete di reciprocità nelle vendemmie? Il sistema tradizionale era informale ma strutturato: chi aveva bisogno di aiuto lo chiedeva, e chi aiutava accumulava un "credito" che veniva ricambiato nel momento del suo bisogno. Non si pagava in denaro — o raramente — ma in lavoro. Il sistema richiedeva fiducia reciproca e memoria sociale: tutti sapevano chi aveva aiutato chi, e chi non aveva ricambiato. In molte zone, questo sistema sopravvive ancora oggi nelle vendemmie piccole e artigianali.

Nota editoriale

(Le informazioni sul ruolo nutrizionale del vino nelle campagne italiane del primo Novecento sono storicamente documentate, con la riserva che i consumi variavano molto per zona e per classe sociale. Il sistema di reciprocità nella vendemmia e negli altri lavori agricoli collettivi è ampiamente documentato nella letteratura etnografica e storica. Le affermazioni sulla meccanizzazione e sulla perdita delle dimensioni sociali della vendemmia sono interpretazioni dell'autore, basate su documentazione storica ma non quantificabili con precisione.)

Fonti e approfondimenti

  • Sereni, Emilio. Storia del paesaggio agrario italiano. Laterza, 1961. Documentazione storica del paesaggio viticolo italiano e dell'organizzazione del lavoro agricolo.
  • Capatti, Alberto e Massimo Montanari. La cucina italiana. Storia di una cultura. Laterza, 1999.
  • Camporesi, Piero. Il paese della fame. Il Mulino, 1978.
  • Montanari, Massimo. La fame e l'abbondanza. Storia dell'alimentazione in Europa. Laterza, 1993. Capitolo sul vino come alimento nella cultura europea.
  • Gosetti della Salda, Anna. Le ricette regionali italiane. Solares, 1967. Tradizioni culinarie regionali legate alla vendemmia.

Articolo della sezione Le stagioni dettavano il menu. Vedi anche: Le castagne che sfamavano le montagne — I funghi dell'autunno — Il primo pomodoro dell'anno.