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Gli oggetti della memoria

Il tritacarne manuale

A cura della redazione di Nonna.it

Tritacarne manuale Husqvarna del 1902 fissato correttamente al bordo di un tavolo
Tritacarne Husqvarna numero 10, 1902. Foto di R. Henrik Nilsson, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons.

Il tritacarne manuale a manovella — fissato al bordo del tavolo con una morsa a vite — era uno degli strumenti da cucina più diffusi nelle case italiane del Novecento. Funzionava con una meccanica semplice: la manovella girava una vite elicoidale che spingeva la carne contro un disco forato, costringendola a uscire in filamenti che si spezzavano secondo la grana del disco. Cambia il disco, cambia il risultato. Lo stesso oggetto macinava carne cruda per le polpette, riduceva gli avanzi per il ragù, tritava il lardo per il soffritto, lavorava il pesce per le crocchette.

Domenica mattina.

Sul tagliere ci sono i ritagli del macellaio, un pezzo di pancia, qualcosa del giorno prima che era avanzato. Si fissa il tritacarne al bordo del tavolo. La manovella gira, la carne esce in serpentine sottili dal disco. Si raccoglie nella ciotola.

Non è macinata di prima scelta. È tutto quello che non si buttava.

La meccanica semplice

Il tritacarne funziona per pressione e taglio. La vite elicoidale interna — la coclea — spinge il materiale verso il disco forato fissato all'uscita. Il coltello a stella posizionato subito prima del disco contribuisce al taglio, ma il lavoro principale lo fa la pressione del materiale contro i bordi dei fori.

Questo spiega perché la carne deve essere fredda durante la lavorazione — il freddo la tiene compatta e facilita il passaggio — e perché le cartilagini grosse o i tessuti molto fibrosi tendono a ingolfarsi intorno alla coclea.

I dischi intercambiabili avevano fori di diametri diversi: da 3-4 millimetri per la macinatura fine (polpette, ragù lisci, ripieni) a 6-8 millimetri per quella grossa (insaccati rustici, impasti con texture). Il disco a fori grandi era quello della salsiccia; il disco fine per le preparazioni più delicate.

La sorpresa: nato per gli scarti, non per la carne buona

Il tritacarne domestico non nacque per macinare bistecche di manzo. Nacque — e per decenni rimase — uno strumento di recupero.

Nella cucina contadina e in quella urbana povera del Novecento, i tagli più pregiati si cucinava spesso interi o a pezzi — arrosto, brasato, bollito. La macinatura era più frequentemente associata agli scarti e alle parti meno pregiate: i ritagli del macellaio, gli avanzi del bollito, le parti meno nobili del maiale dopo la mattanza, il lardo da incorporare negli impasti.

Questo spiega l'uso principale del tritacarne: la salsiccia e gli insaccati domestici. Le salsicce fatte in casa nascevano dalla necessità di valorizzare tutto ciò che il maiale offriva e che non si cucinava altrimenti. Il tritacarne era il ponte tra lo scarto e l'insaccato.

Le polpette — uno dei piatti più universali della cucina italiana — hanno la stessa origine: sono il modo in cui gli avanzi del giorno prima rientrano in tavola trasformati in qualcosa di nuovo. Non erano un piatto di ripiego: erano il risultato di un'operazione precisa di trasformazione.

Gli usi in cucina

La salsiccia e gli insaccati erano l'uso principale. La carne macinata si mescolava con sale, pepe, spezie e aromi locali — finocchio selvatico nel Sud, vino nel Nord, peperoncino in Calabria — e si insaccava nel budello lavato. Per questo serviva un accessorio aggiuntivo, il tubo d'insacco, che si fissava al posto del disco forato.

Il ragù casalingo — nella versione a base di macinato — passava quasi sempre dal tritacarne. Il macinato fatto in casa aveva una texture diversa da quello del macellaio: meno compresso, con fibre più lunghe, che si comportava diversamente in cottura, assorbendo i liquidi in modo più irregolare e dando al sugo una consistenza più rustica.

Le polpette erano l'impiego del recupero per eccellenza: avanzi di bollito, arrosto del giorno prima, pane raffermo ammollato, uovo, formaggio. Tutto passava nel tritacarne e usciva pronto per essere modellato, fritto o cotto in umido.

Il lardo tritato finemente era la base del soffritto in molte cucine regionali del Nord e del Centro, dove l'olio non era il grasso principale. Il tritacarne lo riduceva in una pasta quasi omogenea, pronta per sciogliersi in padella.

Domande frequenti

Come si pulisce il tritacarne manuale? Va smontato dopo ogni uso — disco, coltello, coclea, corpo — e lavato a mano in acqua calda con sapone. Non va in lavastoviglie perché i detergenti aggressivi possono ossidare il metallo. Si asciuga subito per evitare la ruggine. Le parti in acciaio inox sono più facili da gestire; quelle in ferro stagnato richiedono più attenzione e asciugatura immediata.

È meglio il tritacarne manuale o quello elettrico? Dipende dall'uso. Il manuale è più lento ma più controllabile — ci si può fermare, cambiare disco, regolare la pressione. Quello elettrico è più rapido per grandi quantità ma tende a riscaldare la carne durante la macinatura, il che può alterare la texture degli insaccati. Chi produce salsicce artigianali in piccole quantità spesso preferisce ancora il manuale.

Si può usare il tritacarne per il pesce? Sì, con il disco a fori fini. Si usa per crocchette, polpettoni di pesce, ripieni. Il pesce va tenuto molto freddo durante la lavorazione, e il tritacarne va lavato subito dopo per evitare che i residui si ossidino.

Perché le polpette della nonna sapevano diverse? In parte per le materie prime — carne di animali allevati con metodi diversi, lardo vero invece di olio, pane raffermo invece di pangrattato industriale. In parte per la grana della macinatura, che il tritacarne manuale produceva in modo diverso dal macinato preconfezionato. In parte perché si usava ciò che c'era quel giorno, e ogni volta era leggermente diverso.

Nota editoriale

(Le informazioni sul funzionamento del tritacarne e sui suoi usi nella cucina italiana del Novecento sono di carattere storico-descrittivo. Le indicazioni sulla pulizia e la manutenzione sono orientative. Per la produzione domestica di insaccati, le normative igienico-sanitarie variano per regione e tipo di produzione: è opportuno verificare le disposizioni locali vigenti.)

Fonti e approfondimenti

  • Artusi, Pellegrino. La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene. 1891. Documentazione delle preparazioni a base di carne macinata nella cucina borghese italiana.
  • Capatti, Alberto e Massimo Montanari. La cucina italiana. Storia di una cultura. Laterza, 1999.
  • Gosetti della Salda, Anna. Le ricette regionali italiane. Solares, 1967.

Articolo della sezione Gli oggetti della memoria. Vedi anche: La madia — Il paiolo — La mezzaluna.