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La campagna era una dispensa

La campagna era una dispensa

A cura della redazione di Nonna.it

Raccolto di erbe, frutti e prodotti spontanei della campagna su un tavolo rustico
Ricostruzione visiva: la campagna come riserva di cibo riconosciuto, raccolto e trasformato.

Per le famiglie italiane del Novecento, la campagna non era solo il luogo dove si coltivava. Era anche una dispensa spontanea, aperta tutto l'anno, piena di risorse per chi aveva la conoscenza di riconoscerle. Ortiche, tarassaco, borragine, cicoria, more selvatiche, capperi cresciuti sui muri, funghi di bosco: tutto questo non era cibo di ripiego. Era il frutto di un sapere botanico preciso, trasmesso di generazione in generazione, che oggi rischiamo di perdere del tutto. Questo articolo è l'introduzione a quel mondo.

Mia zia Fernanda conosceva ogni erba del fosso dietro casa. Non nei libri — non aveva fatto molti anni di scuola — ma sul campo, nel senso più letterale. Sapeva quale si mangiava e quale no, quale era buona in primavera e quale migliorava dopo le prime gelate, quale andava cotta e quale si poteva mangiare cruda, quale aveva un uso in cucina e quale invece serviva per altro: per una compressa, per un decotto, per tenere lontani certi insetti.

Non lo chiamava "foraging". Non lo chiamava in nessun modo. Era semplicemente quello che si faceva.

Non era povertà. Era conoscenza.

C'è un equivoco che occorre chiarire prima di cominciare, perché rischia di falsare tutto quello che verrà dopo.

Quando si parla di erbe selvatiche, di radici tostate, di bacche di rovo raccolte ai margini del campo, il rischio è di cadere in una lettura sentimentale della miseria. Di raccontare queste cose come se fossero il segno di una vita grama, una risposta alla fame, qualcosa che la gente faceva perché non aveva altro.

In certi periodi storici, e per certe famiglie, era vero. Non ha senso negarlo.

Ma nella grande maggioranza dei casi, nella vita quotidiana delle campagne italiane del Novecento, raccogliere quello che il territorio offriva era una scelta informata, non un ripiego disperato. Era l'esercizio di una conoscenza botanica sofisticata, tramandata oralmente per generazioni, che permetteva di vedere in un campo abbandonato o lungo un fosso quello che chi non aveva quella conoscenza non riusciva a vedere.

La differenza è importante. Perché cambia completamente il significato di quello che raccontiamo.

Il caffè di cicoria: quando il territorio risponde a una mancanza

Nessun esempio spiega questo concetto meglio del caffè di cicoria.

La cicoria comune — Cichorium intybus, la pianta dai fiori azzurri che si vede lungo le strade di campagna da giugno a settembre — ha una radice carnosa e amara che, opportunamente lavorata, dà una bevanda dal colore e dall'aroma sorprendentemente simili al caffè. La tecnica è semplice: le radici si raccolgono in autunno, si puliscono, si tagliano a pezzi, si essiccano e poi si tostano in forno o sulla stufa finché non diventano scure e profumate. Una volta macinate, si usano esattamente come il caffè macinato.

Dato storico documentato: il caffè di cicoria non è un'invenzione italiana né una risposta improvvisata alle ristrettezze del dopoguerra. La sua diffusione in Europa è documentata già dalla prima metà dell'Ottocento, quando divenne il surrogato più comune tra la popolazione contadina di Francia, Belgio, Germania e Italia settentrionale. In Italia, l'uso si intensificò durante la Prima guerra mondiale e poi di nuovo durante il fascismo e il secondo conflitto, quando l'embargo e le politiche autarchiche resero il caffè coloniale introvabile o carissimo. Ma nelle campagne del Nord Italia, la cicoria tostata era già nell'uso quotidiano di molte famiglie molto prima che le guerre rendessero necessario trovare alternative.

Quello che è interessante non è la bevanda in sé. È la logica che c'è dietro: il territorio offre qualcosa che risponde a un bisogno, e chi conosce il territorio lo riconosce e lo usa. La cicoria cresce ovunque, senza che nessuno la semini. È gratuita, è disponibile. Basta sapere cosa farne.

La campagna come testo da saper leggere

Pensare alla campagna come a una dispensa spontanea richiede un cambio di prospettiva radicale rispetto a come siamo abituati a pensare al cibo.

Noi siamo abituati a un cibo che viene da qualche parte di anonimo — uno scaffale, una cella frigorifera, un camion — e che arriva già identificato da un'etichetta. La lattuga è in busta, le erbe aromatiche sono in vasetto, i funghi sono in vaschetta. Non serve sapere nient'altro.

Per la zia Fernanda, e per le donne come lei, funzionava in modo esattamente opposto. Il cibo era intorno, ma non era etichettato. Per riconoscerlo bisognava sapere. E quel sapere — che distingueva il fungo commestibile da quello pericoloso, che spiegava perché il tarassaco amaro di maggio è migliore di quello insipido di giugno, che indicava quale parte della pianta si usava e in quale stagione — era il vero patrimonio che veniva tramandato.

Non era un sapere da libro. Era un sapere da campo: visivo, olfattivo, tattile. Si imparava guardando un'altra persona raccogliere, annusare, assaggiare. Si costruiva negli anni un'enciclopedia pratica del territorio che circondava la propria casa.

Ogni zona d'Italia aveva la sua versione di questa enciclopedia. I bruscandoli — i germogli del luppolo selvatico — erano una risorsa conosciuta in tutto il Nord-Est e nella Pianura Padana: Veneto, Friuli, Lombardia orientale, Emilia. In quelle stesse aree, in primavera, si raccoglieva anche la silene (Silene vulgaris, detta anche "stridoli" o "sclopit" in Friuli), tenera e profumata, ottima in frittata. Nel Sud, nelle aree costiere e insulari, il fico d'India era una risorsa di territorio completamente diversa: i suoi frutti, le pale giovani e i fiori erano parte dell'alimentazione quotidiana in Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia.

Quello che cresceva senza essere piantato

Il tarassaco è forse l'erba selvatica più comune e più sottovalutata. Cresce ovunque, anche nelle crepe del cemento. Le sue foglie, raccolte giovani in primavera quando sono ancora tenere e meno amare, si mangiano crude in insalata o si saltano in padella con aglio e olio. Le radici si usavano per infusi digestivi. I fiori gialli, prima che si aprano del tutto, possono essere fritti come i fiori di zucca.

L'ortica è un altro caso emblematico. Una pianta urticante che nessuno vuole toccare a mani nude, ma che una volta sbollentata brevemente in acqua perde completamente la sua proprietà irritante e diventa una verdura dal sapore ricco, simile agli spinaci ma con più carattere. Nelle cucine del Nord Italia, l'ortica finiva nel risotto, nel ripieno dei tortelli, nelle frittate. Si raccoglieva con un panno o con le maniche calate, si sbollentava immediatamente. Riconoscerla con certezza era parte del sapere di base: come con qualsiasi pianta selvatica, la sicurezza cominciava dall'identificazione precisa, non dall'improvvisazione.

La borragine, con i suoi fiori azzurri e le foglie ruvide e setose, era usata in Liguria come ripieno dei pansöti, i tortelli di magro. Ma si trovava diffusamente in tutto il Centro-Italia lungo i fossi e i bordi dei campi, e le foglie giovani finivano nelle minestre o nelle frittate di stagione.

I capperi crescevano — e crescono ancora — sui vecchi muri di pietra, sulle rovine, sulle scogliere del Sud. Raccoglierli era un gesto normale per chi viveva in certi posti: i boccioli chiusi, messi sotto sale o sott'aceto, diventavano il cappero che conosciamo. Quello selvatico, raccolto a mano dai muri scaldati dal sole, aveva un profumo più intenso di qualsiasi cappero in commercio.

Le more di rovo erano la frutta selvatica più accessibile, disponibile in tutta Italia dalla fine dell'estate fino ai primi freddi. Non richiedevano particolari conoscenze per essere riconosciute. Si raccoglievano lungo le strade, ai margini dei boschi, sulle siepi. Si mangiavano fresche, si usavano per marmellate, si lasciavano macerare nel vino o nell'alcol.

Il confine tra cibo e medicina

Una delle caratteristiche più interessanti di questo sapere tradizionale è che non separava nettamente il cibo dalla medicina. Molte delle piante che finivano in cucina erano anche considerate rimedi: il tarassaco per il fegato, l'ortica come ricostituente, la borragine come sudorifera in caso di febbre. Le tisane della nonna erano spesso infusi di piante raccolte nei campi: malva, camomilla, tiglio, melissa, menta.

Nota importante: le informazioni sugli usi tradizionali delle piante hanno valore storico e culturale. Non costituiscono consigli medici né indicazioni terapeutiche. Per qualsiasi uso terapeutico delle piante è necessario consultare un medico o un farmacista.

Non si trattava di superstizione. Era un sistema empirico di conoscenza costruito su secoli di osservazione, che la ricerca etnobotanica contemporanea sta oggi documentando e in parte verificando. Il CNR e vari atenei italiani — tra cui l'Università di Bologna — hanno condotto studi sistematici sulle cosiddette piante alimurgiche, termine che deriva dal latino alimenta urgentia, cioè alimenti di necessità, e che designa le piante spontanee tradizionalmente raccolte e consumate. Alcuni degli usi documentati trovano riscontro nella farmacologia moderna. Altri appartengono a una tradizione che aveva logiche proprie, non sempre verificabili con i metodi attuali.

Cosa abbiamo perso e cosa resta

Quel sapere sta scomparendo. Non perché qualcuno abbia deciso di cancellarlo, ma perché il contesto in cui aveva senso non esiste più nella stessa forma. Le famiglie non vivono più ai bordi dei campi. I bambini non camminano con la nonna lungo i fossi. Il territorio non è più il riferimento principale per procurarsi il cibo.

Eppure qualcosa rimane. Il fenomeno del foraging ha avuto negli ultimi anni una ripresa di interesse anche tra persone che non hanno mai vissuto in campagna. Ristoranti di alta cucina mettono in menu erbe spontanee raccolte in loco. Libri e corsi insegnano a riconoscere le piante del territorio.

È un segnale positivo, anche se il contesto è radicalmente diverso. Quello che per la zia Fernanda era un gesto quotidiano, banale, parte del ritmo normale della vita, per noi richiede un corso, un libro, un'applicazione sul telefono. Il sapere che prima si trasmetteva camminando adesso si acquisisce seduti.

Non è necessariamente peggio. Ma è profondamente diverso. E vale la pena ricordare che quello che stiamo riscoprendo come novità era, per intere generazioni, semplicemente il modo in cui si guardava il mondo intorno a sé.

Domande frequenti

Cosa si intende per "foraging" e quanto è sicuro? Il foraging è la raccolta di piante, funghi o altri alimenti selvatici dall'ambiente naturale. In Italia ha una tradizione lunghissima, ma richiede un'identificazione precisa e certa prima di consumare qualsiasi cosa. Alcune piante commestibili hanno simili che non lo sono, e i funghi in particolare non tollerano incertezze. Chi vuole avvicinarsi a questa pratica dovrebbe farlo con una guida esperta o con testi botanici affidabili riconosciuti, non affidarsi solo a fotografie o applicazioni.

Il caffè di cicoria si trova ancora in commercio? Sì. La cicoria tostata e macinata si vende in erboristeria e in molti negozi di alimenti naturali. Esiste anche in versione istantanea. È priva di caffeina e ha un gusto amaro e tostato che ricorda il caffè senza essere identico. In Belgio e in Francia è ancora un prodotto di largo consumo commerciale.

Le erbe selvatiche sono più nutrienti di quelle coltivate? In alcuni casi le piante spontanee possono contenere buone quantità di minerali, vitamine e composti amari — proprio perché crescono in condizioni non ottimizzate per la resa ma per la sopravvivenza. Fare confronti numerici precisi richiede però analisi specifiche per specie e varietà, e i dati variano molto secondo il territorio e la stagione di raccolta. L'interesse principale di queste piante non è nutrizionale in senso stretto, ma culturale, storico e di varietà nella dieta stagionale.

Questo tipo di cucina appartiene solo alle campagne? Nelle città il rapporto con le erbe selvatiche era inevitabilmente meno diretto, ma non assente. Molte famiglie urbane avevano parenti in campagna, tornavano al paese durante le stagioni, o ricevevano erbe e prodotti selvatici. E nelle città del Sud, dove il confine tra costruito e campagna era più sfumato, la raccolta delle erbe spontanee era diffusa anche nei quartieri periferici.

Nota editoriale

Questo articolo è il testo pilastro della sezione La campagna era una dispensa. Il tema è l'ingegno, non la povertà: il territorio italiano come sistema di risorse per chi aveva la conoscenza di leggerlo. Le scene di vita sono ricostruzioni narrative verosimili. I dati storici specifici — diffusione del caffè di cicoria, contesto autarchico, termine "piante alimurgiche" — sono documentati nelle fonti indicate. Le informazioni sugli usi tradizionali delle piante hanno esclusivo valore storico e culturale, non costituiscono indicazioni mediche o terapeutiche. La sezione si distingue dal pilastro Il calendario del cibo perché non riguarda il ciclo dei prodotti coltivati, ma le risorse spontanee del territorio: quello che cresceva senza essere piantato.

Fonti e approfondimenti

  • Piante alimurgiche: una risorsa per il territorio, un valore per la persona — CNR Dipartimento di Scienze Bio-Agroalimentari. Ricerca istituzionale sulle piante spontanee commestibili in Italia.
  • Piante spontanee eduli — CNR. Documentazione scientifica sulle piante selvatiche edibili del territorio italiano.
  • Università di Bologna — Ricerche etnobotaniche sulla provincia emiliana sulle piante spontanee commestibili e le pratiche di raccolta tradizionali.
  • Guarrera, Paolo Maria. Usi e tradizioni della flora italiana. Aracne, 2006. Studio etnobotanico sistematico sull'uso tradizionale delle piante in Italia.
  • Cattabiani, Alfredo. Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante. Mondadori, 1996.
  • La storia del caffè di cicoria — Pasqualini il caffè. Storia e diffusione del surrogato in Europa dall'Ottocento.
  • I caffè "non caffè": la storia dei surrogati — Giornale del Caffè. Contesto storico dei surrogati durante i conflitti mondiali.

Gli articoli successivi di questa sezione approfondiscono ogni risorsa del territorio: il caffè di cicoria, le ortiche in cucina, il tarassaco, la borragine, le more selvatiche, le erbe dei fossi, i capperi raccolti sui muri, le ghiande e i loro usi dimenticati, i funghi spontanei, le tisane della nonna, i rimedi della cucina contadina.